Genitorialità e Psicologia. La ricchezza da donare ai figli e l’eredità del Covid19

Dr.ssa Maria Zampiron – Psicoterapeuta

Prima della pandemia del Covid 19, si parlava di maternità in modo piuttosto superficiale, quasi
sempre in modo gioioso e proposito; si trattava poco e in modo scarno della paternità, si eludeva
spesso alla conflittualità di coppia a seguito della nascita di un figlio e poco si sottolineava
dell’eventuale presenza di disarmonia familiare nel corso della gravidanza, alla nascita del figlio e
nel periodo post gravidanza.
La fine dell’emergenza della pandemia ha tuttavia posto in evidenza le problematiche vissute dalla
donna in gravidanza, alla nascita del figlio e nel post parto legate soprattutto all’amplificazione dei
vissuti emotivi negativi, all’incertezza di quelli affettivi che danno soprattutto instabilità ed
insicurezza da parte della madre e che possono compromette la salute del minore, quello della stessa
donna, l’equilibrio di coppia e la serenità della famiglia.
In specifico si parla di rilevanti alterazione emotiva nella donna che tendono a sfociare in stati
depressivi lungo il percorso della gravidanza, nel parto e che vengono ad evidenziarsi in particolare
nel post parto.
Cosi si inizia a trattare in modo clinicamente più strutturato per la comprensione del fenomeno e sia
con interventi mirati collegando le caratteristiche e le espressioni del Maternity blues, gli aspetti
della depressione postnatale nonché considerando il PTSD postnatale e la psicosi puerperale non
soltanto riferito alla madre ma anche al padre e alla conflittualità nella relazione di coppia.
Di già nei quadri depressivi del postpartum troviamo il Maternity blues con incidenza del 50-80% e
con esordio di 2-3 giorni dopo il parto e o giorni che si prolungano mai più di due settimane e per il
quale è necessario un intervento di sostegno e rassicurazione. Le neomamme possono sperimentare
sintomi di alterazione del tono dell’umore di grado lieve, sentimenti di inadeguatezza rispetto al
ruolo di madre, labilità emotiva (crisi di pianto), disforia (irritabilità), ansia, insonnia. Queste
manifestazioni dipendono dal fisiologico cambiamento ormonale e scompaiono generalmente in
pochi giorni e non necessitano di alcun tipo di trattamento se non comprensione e sostegno da parte
del partner e della famiglia.
Le donne che sperimentano il maternity blues sembrano tuttavia presentare un rischio maggiore di
sviluppare depressione postpartum e disturbi d’ansia. E’ importante quindi prestare attenzione ai
primi segnali di malessere e verificarne l’andamento, al fine di intervenire precocemente qualora la
sintomatologia si aggravi e sfoci in una depressione postnatale.
La depressione postnatale con incidenza del 33% si prolunga dopo il parto per settimane o mesi
per la quale è necessario un trattamento, psicosociale, psicologico e psicoterapeutico: essa si
manifesta attraverso una significativa perdita di peso o aumento o diminuzione dell’appetito,
insonnia e una continua ipersonnia, faticabilità o mancanza di energia , agitazione o rallentamento
psicomotorio, sentimenti di autosvalutazione , ridotta capacità di pensare o di concentrarsi o
indecisione , pensieri ricorrenti di morte, idea di suicidio con o senza un piano specifico. I sintomi si
presentano in modo conclamato tra le 8 e 12 settimane dopo il parto, un periodo individuato
clinicamente come picco di insorgenza più frequente, una realtà che si ipotizza, però, iniziato e non
preso in considerazione nel corso della gravidanza anche con sintomi più lievi ma persistenti nel
tempo.
Questi sintomi depressivi post partum non sono transitori e possono persistere e variare di intensità
anche per molti anni e quindi avere conseguenze significative sulla salute della donna, sulla
relazione madre-bambino e sull’intero nucleo familiare.
La depressione post natale non segue criteri diagnostici specifici a livello clinico, tanto è vero che la
società italiana di psichiatria e l’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna, ritengono
indispensabile un piano nazionale concreto di lotta alla depressione che evidenzi i bisogni e gli
strumenti da utilizzare e indichi il percorso da seguire.

Il PTSD postnatale (post parto traumatico) con incidenza del 20-25%, del 3-4% se parto fisiologico
si prolunga da giorni a mesi dopo il parto e necessita di trattamenti psicosociale, psicologico e
psicoterapeutico.
Questo disturbo, riconosciuto a livello scientifico nel 1994, si presenta attraverso pensieri intrusivi,
incubi e flashback, disturbi del sonno, di concentrazione e memoria, ipervigilanza, irritabilità ed
evitamento per quanto correlato all’evento traumatico. Tale sintomatologia è stata inizialmente
associata solo all’esperienza di parto traumatico come la nascita di un bambino morto, la morte
perinatale, il parto prematuro. Ad oggi, invece, gli studiosi concordano nel ritenere il parto
un’esperienza stressante e traumatica in sé (circa il 30% delle donne valuta il proprio parto come
traumatico) e anche in situazioni di parto fisiologico con gravidanza a termine e in assenza di
problemi di salute nel bambino e nella madre, le neo-mamme possono sviluppare un disturbo post-
traumatico da stress vero e proprio o sintomi sotto-soglia. I sintomi, se non riconosciuti e trattati,
possono persistere per mesi e prendere la forma di una depressione vera e propria.
La psicosi puerperale è il più raro disordine postpartum ma anche il più grave, con incidenza dello
0,1-0,2%, che si manifesta in madri con una storia familiare o personale di disturbo depressivo o
bipolare, generale è caratterizzata da stati confusionali, gravi oscillazioni del tono dell’umore,
comportamenti eccentrici, deliri e allucinazioni e necessita di trattamenti farmacologici e
ospedalizzazione. Questi sintomi si manifestano durante la gravidanza o entro 4 settimane dopo il
parto. Il disturbo si caratterizza fondamentalmente per la presenza di almeno un sintomo tra cui
deliri (es. possessione demoniaca del neonato), allucinazioni (es. sentire voci che ordinano di
uccidere il neonato), eloquio o comportamento disorganizzati o catatonici; l’episodio ha una durata
compresa tra 1 giorno e un mese.
All’interno di questa realtà ricordiamo anche che nel corso della gravidanza, nel parto e nel
postparto, la prima esperienza emotiva ed affettiva che il bambino instaura, per una predisposizione
innata su base biologica, è la coppia genitoriale, padre e madre.
Di fatto la figura paterna assume un ruolo importante di riferimento per la crescita positiva del
minore se lo stesso diviene un complice positivo dell’interazione tra madre e bambino all’interno di
una relazione sana con la propria partner.
Nell’ambito della sua teoria evolutiva legata alla crescita del bambino, Bowlby, definisce il legame
bambino-adulto come legame di attaccamento, caratterizzato dalla ricerca di prossimità nei
confronti della figura di riferimento in momenti di pericolo e di bisogno.
E, la tipologia del legame di attaccamento tra adulto e bambino viene a definirsi sulla base dei
bisogni soddisfatti del bambino stesso attraverso un accudimento psicofisico soddisfacente.
Nonostante Bowlby nella sua teoria evolutiva faccia in particolare riferimento alla relazione di
accudimento tra i caregiver di riferimento e il bambino dalla sua nascita in poi, la realtà e la criticità
esistenziale del Covid 19 vanno gradualmente a confermare che il benessere del nascituro passa sia
attraverso il benessere della madre nel corso della gravidanza, nel parto e nel periodo del postparto
che nell’equilibrio emotivo e psicologico della coppia genitoriale stessa.
Ricordiamo che, i bambini con una BASE SICURA di attaccamento hanno avuto nel primo anno di
vita figure genitoriali di riferimento che hanno saputo rispondere ai loro bisogni. In tal modo si
sentono liberi di esplorare l’ambiente esterno in quanto sanno che in caso di pericolo il caregiver li
proteggerà. Questi bambini saranno poi adulti in grado di esprimere le loro emozioni, positive o
negative, in maniera calma e affermativa in quanto maturano modelli mentali, operativi interni, del
Sé e della figura di attaccamento nell’essere degni di essere amati, tollerano il distacco temporaneo,
vedono la figura d’attaccamento come persona in grado di aiutarli in caso di bisogno.
Invece i bambini con un ATTACCAMENTO DI TIPO INSICURO-ANSIOSO sono BAMBINI
EVITANTI che, nel primo anno di vita hanno avuto una figura genitoriale che rifiutava e
ridicolizzava i loro comportamenti. Questi bambini sono seguiti da un caregiver imprevedibile:
alcune volte pronto ad accogliere le richieste del piccolo, altre volte propensa ad ignorarle. In
particolare evitano il contatto con la madre e mettono in atto comportamenti di falsa autonomia. La
personalità’ di questi soggetti da adulto sarà di tipo COERCITIVO AMBIVALENTE: reagiscono

allo stress o alla paura con comportamenti ambivalenti, tentano di essere confortati dai genitori ma
resistono alla madre quando questa si avvicina. Enfatizzano le loro emozioni per attirare
l’attenzione, sono spesso inconsolabili, mostrano rabbia verso la madre ed esplorano poco
l’ambiente. Gli individui evitanti non si ritengono degni d’affetto, fanno conto solo su sé stessi e la
figura di attaccamento è percepita come soggetto non presente, negano i loro bisogni. In particolare
le personalità ambivalenti si ritengono vulnerabili, non in grado di affrontare da soli i problemi.
Possiedono un modello interno di accudimento minaccioso, ostile, un caregiver di attaccamento al
quale chiedere aiuto ma nello stesso tempo sono portati a difendersi, sono pronti e vigili nell’
interpretare il comportamento della figura d’attaccamento e maturano ampie strategie per affrontare
e difendersi dalla situazione.
I bambini che maturano un attaccamento di tipo INSICURO DISORGANIZZATO vivono un
caregiver incapace di offrire accudimento e contenimento in quanto sono presenti in lui aspetti
psichiatrici. Una madre maltrattante darà luogo ad un bambino disorganizzato, disorientato e
confuso che esplora l’ambiente solo in assenza del caregiver di riferimento. Questi bambini sono
portati a chiedere conforto agli estranei.
Quando il caregiver ritorna dopo una separazione i bambini reagiscono con paura ed evitamento.
Si osservano in questi bambini la chiusura degli occhi o il giramento della testa, il portare le mani
agli occhi per abbassare i segnali di disturbo all’interno di una fuga bloccata e il congelamento delle
emozioni.
Questi bambini maturano una immagine di Sé incoerente, si ritengono di far paura ma nello stesso
tempo si sentono vulnerabili.
Ricordiamo anche che, soprattutto nel parto si attivano nella donna le proprie dinamiche di
attaccamento (accudimento e conforto) vissute con i caregiver di riferimento, un vissuto che viene
trasferito al bambino, all’interno del quale si possono riattivare eventi traumatici precedenti non
elaborati e superati.
Ricordiamo che la maternità costringe alla costruzione di una nuova rappresentazione di sé,
all’acquisizione e al padroneggiamento di nuovi comportamenti e abilità e soprattutto
all’accettazione di un cambiamento sia individuale che di coppia e che nel corso della pandemia,
l’ansia da contagio per sé e per il neonato, l’Isolamento dovuto al distanziamento sociale, stress e
paura, mancanza di rete sociale hanno spesso lasciata la donna sola in gravidanza.
Molto spesso la donna che si sente sola e stanca per tutta una serie di fattori biochimici –corporei a
seguito del parto e nell’allattamento può fare emergere esperienze traumatiche nell’attaccamento
vissute nella propria storia biografica, le quali immagazzinate in modo disfunzionale nel cervello
sotto forma di “network mnestici” e contenenti costellazioni di percezioni, aspettative negative,
affetti e sensazioni corporee in quanto non risolte, possono riattivarsi nel sistema di accudimento
con il proprio figlio, influenzando cosi un modello operativo interno dell’attaccamento nel bambino
con tracce delle esperienze traumatiche del genitore stesso.
In specifico, nell’ottica di un attaccamento ed accudimento sicuro ed insicuro tra madre e bambino,
il Covid 19 ha messo a dura prova lo stato di salute psicofisica ed emotiva della donna nel corso
della pandemia e nel post pandemia interferendo spesso ed anche nell’equilibrio della coppia e
della famiglia: gravidanze particolarmente ansiose per il pericolo della malattia e la salute del
nascituro , esperienze di parti difficili spesso carenti o privi di sostegno, di accoglienza da parte
degli operatori, assenza dei famigliari riferito soprattutto all’assenza del partner e non per ultimo al
delicato periodo del postparto quando la figura materna ha più bisogno di sostegno e collaborazione
da parte dei membri della famiglia propria e di origine.
A proposito del parto, 62 europarlamentari hanno espresso la propria preoccupazione in una lettera
indirizzata a Stella Kyriakides, Commissaria Europea per la Salute e la Sicurezza Alimentare.
Gli europarlamentari riportano le conseguenze negative della gestione dell’emergenza COVID-19,
per la presa in carico della gravidanza e della nascita. Nello specifico si riferiscono al
depotenziamento dei servizi di maternità, in termini di personale e di risorse, alla chiusura, in alcuni
casi, di servizi territoriali, di comunità e centri nascita senza il dovuto preavviso, all’induzione

forzata del travaglio e del taglio cesareo, alla separazione dai propri neonati e alla negazione del
diritto delle donne ad avere una persona di propria scelta durante il travaglio e il parto.
L’OMS in tale ambito individua in questo periodo del post pandemia un aumento del disagio
psicologico ed emotivo della persona che si può trasformare in disturbi psichiatrici nella figura
femminile se lasciata sola socialmente e negli affetti dal partner e della propria famiglia: la paura si
può trasformare in panico, terrore e ipocondria nonché in un aumento dell’inadeguatezza del
caregiver di riferimento nel corso della gravidanza, del parto e soprattutto nel post gravidanza.
Quali allora le conseguenze sullo sviluppo del bambino se la donna ma anche se entrambi i genitori
non chiedono sostegno e aiuto nei momenti più difficili nel vivere le aspettative, la nascita e la cura
del proprio figlio?
In particolare gli studi sulla depressione hanno dimostrato nel figlio il rischio di malnutrizione, di
problemi della crescita e problemi intestinali, problematiche legate al suo sviluppo cognitivo e
comportamentale, deficit nella regolazione dell’attenzione riguardo agli stimoli ambientali, nella
elaborazione delle informazioni e nella modulazione del proprio stato emotivo, disordini affettivi e
d’ansia nei figli preadolescenti.
Inoltre le donne con una diagnosi di depressione nel postpartum presentano più frequentemente
modelli d’attaccamento di tipo insicuro. Solo il 26% delle mamme cronicamente depresse risulta
capace di instaurare una relazione sicura col suo bambino.
Invece, le mamme che hanno sofferto di una breve depressione sembrano avere le stesse probabilità
di donne che non hanno mai sofferto di sintomi depressivi di costruire un legame sicuro con i loro
piccolo.
L’attuale pandemia ha messo le neo-madri di fronte ad una serie di ulteriori minacce per la
costruzione di una buona relazione madre-bambino, come ad esempio l’allontanamento forzato a
seguito di un eventuale contagio, le restrizioni rispetto al contatto con altre persone o con il
bambino stesso subito dopo il parto etc. Tutti queste situazioni costituiscono un grave fattore di
rischio per lo sviluppo di depressione post parto e nel rapporto madre-bambino.
Anche i nei papà sono vittime dell’incremento del rischio di sperimentare vissuti depressivi durante
la gravidanza e nel periodo successivo al parto. La “sindrome della couvade” è una manifestazione
di sofferenza negli uomini che aspettano un figlio che si esprime con la presenza di sintomi fisici e
psichici quali nausea, vomito, dolori addominali o cambiamenti nell’appetito o nel peso corporeo.
La depressione paterna può avere un impatto sullo sviluppo del bambino e nello specifico risulta
associata a difficoltà comportamentali del minore e nelle relazioni con i coetanei nel corso della sua
crescita.
Inoltre la depressione postnatale è associata ad un forte stress anche per il partner maschile, stress
che può condurre a gravi difficoltà e complicanze nella relazione di coppia; la mancanza di
supporto da parte del coniuge è chiaramente collegata ad un aumento della depressione nella donna
dopo il parto.
A questo punto, prendendo in considerazione la teoria evolutiva di Bowlby sulle tipologie della
relazione di attaccamento tra le figure adulte di accudimento e il bambino, l’importanza della salute
della coppia genitoriale, compromessa al tempo del covid 19 nel percorso della gravidanza, del
parto e del post parto, dipende dalla mancanza di consapevolezza delle problematiche emotive,
psicologiche esistenziali e sociali da parte della coppia genitoriale.
Invece una adeguata prevenzione primaria permetterebbe agli utenti di affrontare e superare,
attraverso il sostegno e la relazione di aiuto condotti da specialisti, ansie, timori, incertezze e
difficoltà interpersonali e relazionali affinché la nascita ritorni ad essere la ricchezza da donare ai
figli e cioè “una relazione di attaccamento e accudimento sicuri” da parte di entrambi madre e
padre.